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CONTROSTORIA FUTURA

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LUPI D’AMERICA

Spedito a “Nuovo Fronte” il 13.5.04

   Un attacco preelettorale a Bush ed alla sua equipe ha fatto emergere in chiave scandalistica la verità sul comportamento delle truppe americane ed inglesi in Irak ed in Afghanistan. Una verità che è rimbalzata anche sui media d’occidente, vassalli del regime “politically correct”.

   Per un momento è caduta la maschera dei liberators  dell’Irak e dell’Afghanistan, al profumo di petrolio. Ed ovviamente si è scatenata anche in Italia la polemica in funzione elettorale. Tra difensori spudorati dell’America e nemici dichiarati di un’America che rapina sfrontatamente le ricchezze del mondo, ma di cui non si disdegnano aiuti cospicui a partiti e giornali, non mi pare di aver letto o ascoltato nessuno che abbia approfondito le indagini per ricordare analoghi trascorsi passati americani nei confronti dei prigionieri di guerra o delle popolazioni civili.

   Anzi ci si straccia le vesti per buttarci in faccia un polverone di dichiarazioni di fedeltà agli ideali democratici, promesse di punire duramente i torturatori e affannose affermazioni che “si tratterebbe soltanto di casi sporadici”. Ovviamente quei partiti o i media che ricevono d’oltreoceano notevoli contributi finanziari, necessari all’integrazione delle loro enormi spese, non possono non essere allineati ai cori puritani d’oltreoceano in un parallelo coro di sdegno ipocrita.

   Sdegno ipocrita perché non può non essere noto, a chi si occupa di politica, che nel dna  americano la violenza è un elemento consistente e costante, e costante è pure l’abitudine di infierire contro coloro che si arrendono o non possono difendersi, com’è successo per le popolazioni civili; questa ferocia da lupi è un fatto basato sulla prassi, consuetudinario, di cui si va addirittura fieri , com’è accaduto  ancora ieri a quei feroci, ma ingenui torturatori che credevano di potersi vantare delle torture “liberatorie  e si sono lasciati vanagloriosamente fotografare e riprendere. Perché non è vero che si tratti di fatti sporadici, non è vero che i superiori non ne sapessero alcunché, non è vero che le democrazie rifuggirebbero da questi sistemi. e che, comunque, userebbero punire i torturatori.

   Nessuno è stato punito, infatti, quando si seppe, tempo fa, dei  prigionieri afghani, in mano americana, che erano rinchiusi in  anguste gabbie singole di filo spinato, peggio dei polli, a Guantanamo, umiliati, affamati, esposti alle intemperie e costretti a rimanere inerti, ristretti senza mai  potere uscire dalle gabbie. E adesso sono ancora ristretti (quelli vivi) nelle stesse gabbie; eppure nessuno degli attuali scandalizzatissimi predicatori di virtù se ne indignò allora, né se ne scandalizza oggi. Eppure tante voci si sono levate, e si levano giustamente a difendere i diritti delle bestie in gabbia nei giardini zoologici e nei circhi equestri.

   Possiamo accertare  proprio nell’habitus americano di ogni tempo, sistematiche persecuzioni nei riguardi dei prigionieri di guerra e delle popolazioni civili indifese. 

    Trascurando, per ragioni di spazio tanti  crimini di guerra commessi dagli americani in Corea ed in Vietnam, nonché la vera e propria pulizia etnica perpetrata nei confronti delle popolazioni indigene d’America, vorrei citare metodiche nefandezze che ci toccano più da vicino.

    Non  si tratta, infatti, di  casi isolati”, come vorrebbero farci credere, ma di una vera e propria metodica, inveterata, diffusa “mentalità”: una “forma mentis”, una “pseudo-cultura” della superiorità americana; una irragionevole, ma convintamente ieratica presunzione di essere “il popolo eletto” di cui parla profeticamente La Bibbia;  una pretenziosa “coscienza” del diritto a punire il nemico vinto ( e perciò in torto) che ha osato opporre resistenza alla solita “liberazione” portata dalle solite “gloriose” armi americane; una radicata “convinzione” di potere e dover vendicare i partners, feriti o che ci hanno rimesso la pelle, perché gli iracheni o gli afgani, oggi - o anche ieri i tedeschi e gli italiani -  si difendevano troppo accanitamente, tardando ad arrendersi e rendendo così troppo pericoloso il mestiere di liberator del soldato americano. Roba da far perdere la pazienza anche ai santi… “democratici”!

   Vorrei spiegare, a chi ancora non se n’è convinto, che non a caso è accaduto che giornalisti americani - e, conformisticamente, anche quelli del resto del mondo occidentale - abbiano avuto il consenso per parlare di  questi misfatti.

    Enormi interessi elettorali hanno contrapposto una parte sostanziale dell’establishement finanziario americano al “vangelo” del politically correct, consentendo così eccezionalmente l’emersione di una parte della verità. Ovviamente  tanti politici e giornalisti si sono affrettati a scandalizzarsi ipocritamente in un superficiale e bugiardo sussulto di pseudo-puritanesimo quacquero.  

   Si è stati costretti a riconoscere che ci sono state vigliacche violenze, terribili nefandezze,  ma si è finto di dimenticare, ipocritamente, che tanti crimini sistematici, ripetutisi nel tempo, sono rimasti sepolti finora nel più assoluto e interessato silenzio, pur essendo stati perpetrati e continuando ad avvenire metodicamente e   “pacificamente” da lungo tempo.

   E ciò non mi meraviglia affatto: ribadisco che bisogna considerare più esplicitamente che un giornale, un rotocalco o una televisione costano tanto più, quanto più accattivante è la loro veste, quanto più grande è la loro diffusione. Chi paga gli stipendi dei giornalisti esige, astutamente, senza darlo troppo a vedere,  una disciplinata obbedienza, almeno a certi principî politically correct. E’ un’occulta dittatura del danaro, che discende direttamente da Wall Street, finanziando interessatamente partiti e grossi mezzi di informazione.  Come si fa ad essere ingrati? Dunqueallineamoci”.

   Si tace, ad esempio - pur sapendo di tacere una cosa enorme - il fatto, di per sé eloquente, che, dopo la fine della seconda guerra mondiale, proprio il comandante supremo dell’esercito americano, l’acclamatissimo Eisenhower - poi eletto addirittura presidente degli U.S.A. - istituzionalizzò un regime di feroce, ignominiosa vendetta contro i prigionieri di guerra tedeschi.

   Il vittorioso generale - americano fin nella più intima fibra delle ossa - giunse ad inventare astutamente la sigla truffaldina DEF (Desarmed Enemy Forces) per eludere i controlli della Croce Rossa sul trattamento dei prigionieri di guerra.     James Bacque nel suo sconvolgente Other Losses - che non ha ottenuto mai alcuna smentita - ci ha onestamente documentato questa verità ancora più orribile, più allucinante di quelle di cui i media parlano oggi: 750.000 morti  di stenti, di fame, di angherie, di persecuzioni. A guerra finita![1]

   Ma anche in Italia era già finita la guerra quando gli americani, che gestivano il famigerato campo di Coltano e gli altri campi di concentramento per i  prigionieri di guerra della RSI,[2] si coprirono di infamia, mortificando ignominiosamente, i prigionieri con angherie, sopraffazioni, fame, sottrazioni, torture e umiliazioni di ogni genere, che condussero molti di essi a gravissime malattie e menomazioni o addirittura alla morte; ma dei morti non è stato ancora possibile ottenere alcun riscontro. Furono sepolti tutti in località segrete; non si è riusciti ad ottenere alcuna indicazione, neanche vaga. Soltanto quindici salme furono scoperte per caso in un campo sportivo. Era la “liberazione”; era la pace!

    Non meraviglia che fossero pur sempre liberatori americani quegli ufficiali un po’ annoiati, che si divertivano, con grasse risate, ad osservare il contegno ed i visi sbiancati di tanti italiani prigionieri che erano stati messi al muro per essere sottoposti a finte fucilazioni con cariche a salve: come avvenne per ben due volte anche alla principessa Maria Pignatelli e pure alla giovanissima ausiliaria della RSI, Carla Saglietti, nome in codice: “Mirella”, agente speciale delle “Volpi Argentate”.[3] La tortura di questa piccola, ma intrepida ausiliaria diciassettenne non mancò di essere raffinata con due tentativi di violenza carnale, che servirono anche, secondo una professionale e collaudata tattica,  a toglierle il sonno in modo da farla divenire più arrendevole durante gli interrogatori, che peraltro non prescindevano da violente percosse e brutali sballottolamenti contro le pareti e, peggio ancora, da cocenti umiliazioni. Nulla sappiamo delle altre eroiche agenti speciali del gruppo delle “Volpi argentate”, che non tornarono. Disperse, come migliaia di altri agenti speciali. Quanti di loro furono sottoposti a raccapriccianti torture?

   Prima di essere reclusi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, furono bastonati a sangue i giovani agenti speciali della RSI, che poi furono condannati a morte e fucilati nella cava di pozzolana di Sant’Angelo in Formis (CE) ora  Sacrario de “L’Armata Silente”. Erano pur sempre americani i pretesi cineasti che si dilettarono hobbisticamente a documentare le emozioni degli ultimi istanti dei condannati a morte.[4] A quanto pare quest’hobby continua ad esser praticato anche oggi.

   Ma missionari americani della libertà, assieme ai loro alleati inglesi, (buona razza anglosassone non mente) gestivano anche case di tortura sofisticate; una di queste era la villa  De Falco[5], allora isolata sulle verdi pendici del Vesuvio, a monte di Torre del Greco (NA), dove fu torturato tra gli altri, l’eroico tenente di vascello Paolo Poletti, dei servizi speciali della RSI (nome in codice “Paolo Masi”) che si era temerariamente infiltrato nel servizio segreto americano, l’OSS (Office of Strategic Service poi ammodernato e ristrutturato nella più famosa CIA). L’eroico tenente di vascello era un vero soldato; non parlò, ma fu scientificamente torturato con esperienza e inconcepibile capacità professionale fino a farlo impazzire; fu ridotto un furioso demente. Vista ormai inefficace pure una più esasperata insistenza, inviarono quell’ormai inutile e noioso essere urlante al carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove fu rinchiuso nella cella N°8, la speciale cella imbottita destinata ai pazzi furiosi. Ma Paolo Poletti, in preda a violentissime convulsioni, continuava ad urlare, dibattendosi, lanciando ingiurie, percotendosi, strappandosi di dosso i vestiti, per cui decisero di ammansirlo denudandolo completamente e ammanettandolo. Ma il Martire furente continuò ad urlare ingiurie e maledizioni, indisponendo così un arrogante e onnipotente sergente americano,  che, scocciato e infastidito, gli lasciò subdolamente socchiusa la porta della cella e, quando la vittima che lui aspettava, si affacciò nel corridoio - ignudo, ammanettato e urlante - gli scaricò addosso insolentemente la pistola di ordinanza. 

   Un fatto crudele, ma in linea con la morale “pragmatica” degli americani, che si è plasmata nelle dure lotte per la sopravvivenza in un ambiente selvaggio e durante le sanguinose scorrerie per espropriare delle loro terre gli indigeni d’America, considerati “di razza inferiore” e barbari delinquenti perché non si lasciavano espropriare facilmente. Per  i civilizzatori - in particolare per i bianchi anglosassoni, che si considerano ancora adesso la razza eletta - molto praticamente, è importante e “giusto vincere”, con qualsiasi mezzo; “chi perde ha torto”. Assolutamente.

   Morale pratica rafforzata attualmente dalla prassi quotidiana della sopraffazione del ricco sul più povero, del grosso capitale su tutto. “La povertà è una colpa”.

    Una qualche superficiale vernice di civiltà, con cui si sono sforzati negli anni di ingentilire i loro radicati convincimenti, non serve sempre a coprire il nocciolo duro della loro morale istintiva, della loro indole. Fedro non esiste in America: “Lupus et agnus” non ha senso; lo hanno codificato tracotantemente ed indecorosamente a Norimberga.[6] Non esiste pudore per i lupi se sono convinti del proprio strapotere.

   Erano profondamente nutriti di quella morale, e ce l’hanno dimostrato concretamente, i soldati americani che assistettero senza intervenire alle feroci, violenze delle truppe coloniali francesi di “liberazione” ad Esperia e negli altri paesi dei monti Aurunci. Erano ancora e sempre americani quegli altri impassibili ufficiali e soldati che assistettero senza intervenire alle violenze ancora più barbare e feroci di certi partigiani, durante la “liberazione”; anzi, quando richiesti, rilasciarono ai torturatori ( che, come si ricorderà, avevano in precedenza finanziato e aizzato) i prigionieri di guerra, che si erano a loro arresi, tutti quelli che venivano richiesti, ben sapendo quanto orrenda sarebbe stata la fine di essi. Bisognava intenzionalmente favorire la spaccatura cruenta del popolo italiano che aveva osato fare  la guerra del sangue contro l’oro”, perché meglio risaltasse la potenza e la “gloria” della leadership mondiale dell’America, ed anche perché si potesse sfruttare l’avversione degli uni contro gli altri. Son passati una ventina di secoli, ma è sempre valida la vecchia ingenerosa politica del “Divide et impera”.

   Erano stati ancora questi campioni di civiltà, ad aver fucilato in Sicilia, barbaramente i prigionieri di guerra italiani, arresisi dopo tenace e strenua resistenza.  Fucilati arrogantemente soltanto per aver opposto una resistenza “troppo strenua” per la mentalità “superiore” degli arbitri americani della situazione. Anche allora, in due soli casi, tra quelli emersi alla luce della verità, furono imbastiti puritanamente due processi contro i maggiori colpevoli. Un burbero e truce sergente americano, che aveva personalmente falciato a raffiche di “Thompson” trentasette prigionieri di guerra italiani, fu inviato in un reparto di prima linea, mentre un capitano fucilatore di altri 36 soldati italiani appena arresi, fu giudicato “not quilty”, Non colpevole!

      Contro l’oppressione  nazifascista: liberazione, libertà!” America! America! Patria del nuovo diritto.

      Ed erano sempre campioni di giustizia anche quei  terroristi americani che bombardavano, a tappeto città d’Italia e d’Europa, ospedali e pure navi ospedale (con contrassegni ben visibili) ma che non disdegnavano scendere talvolta, democraticamente, a mitragliare (pure sportivamente, bisogna riconoscerlo!) un singolo ciclista o anche un isolato lavoratore dei campi, quando ormai gli aerei USA erano diventati padroni dei cieli e non c’era più tanto da rischiare, beninteso. Lo sport dà qualche emozione, ma non bisogna esagerare; in tempo di pace si limitano invece a tagliare i cavi delle funivie dei vassalli o, se capitasse, potrebbero attaccare un qualche isolato aereo nei pressi di Ustica.

   All’epoca dei bombardamenti, accecati dalla loro forma mentis, , non si accorsero della paradossale contraddizione, chiamarono “Liberator” perfino un tipo di fortezza volante.

   Erano umani e generosi paladini quegli “audaci eroi da film”, ma lanciarono due democratiche bombe atomiche sul Giappone che ormai insisteva reiteratamente e noiosamente a chiedere la resa.

   Due bombe atomiche: una più spaventosa e raccapricciante dell’altra, perché  non solo il Giappone, ma il mondo intero capisse pragmaticamente, inequivocabilmente chi era ormai il superbo e insolente padrone di ogni e qualsiasi ricchezza mondiale.

Non escluso il petrolio.   Su questo rigoroso binario inesorabilmente la storia continua.

Francesco Fatica

 

 



[1] James Bacque,       Other Losses, tradotto in italiano: Gli altri lager, Mursia, Milano, 1994.

[2] Ne ho già scritto qualcosa su questo Foglio, libero perché vive unicamente dei contributi dei suoi lettori.

[3] Anche di queste due coraggiose Donne ho già scritto, come si ricorderà.

[4] Cfr. la serie “Combat Film”.

[5] Cfr. Atti del Convegno di studi storici tenutosi a Napolil’8 novembre 1998 su: “Il dissenso clandestino 1943-1945 nelle regioni meridionali occupate dagli anglo-americani, ISSES, Napoli,1998, p. 143.

[6] Cfr. David Irving,  Norimberga ultima battaglia, Settimo Sigillo, Roma, 2002.