Vincenzo Caputo, tratteggiando la storia degli efferati omicidi e stragi premeditate e gratuite programmate e perpetrate a Ferrara e nella sua provincia e documentandone gli aspetti che fino ad oggi si sono voluti nascondere, oltre a rivelare gli orrori a cui sono scesi i partigiani prima di assassinare le loro vittime, esamina scientificamente gli aspetti giuridici delle attività delinquenziali di certe bande di “ribelli”, poi chiamati “partigiani”, prima, durante e dopo il 1945.
Discute quindi anche la questione della legittimità della Repubblica Sociale Italiana, giovandosi, “quasi paradossalmente” degli assunti ricavati da sentenze degli stessi tribunali di questa Repubblica, che si dice nata dalla resistenza, ma che sarebbe più giusto riconoscere venuta, o se volete, imposta dalle vittorie delle armi angloamericane.
Concludendo, la giurisprudenza, citata da Vincenzo Caputo - una volta tornata, nel tempo, alla corretta interpretazione delle norme giuridiche - ha affermato:
a)
che la Repubblica Sociale Italiana era lo Stato, «con il
conseguente possesso di tutti gli attributi e poteri della sovranità […..]
Stato sovrano politicamente e giuridicamente organizzato»;
b)
«che il suo ordinamento giuridico aveva forza cogente per
tutti i cittadini che ne facevano parte»;
c)
che la Germania aveva titolo e veste di alleato e non di invasore;
d)
che la RSI «emanava
le sue leggi e i suoi decreti senza l’autorizzazione dell’alleato
tedesco», al contrario del cosiddetto “Regno del Sud” che era invece
obbligato a sottoporre alla Commissione Alleata di Controllo ogni suo atto,
anche semplicemente amministrativo;
e)
che i soldati della RSI
avevano titolo e veste di belligeranti ;
f)
che i “ribelli”, o che
altro dir si voglia, non avevano tale titolo e veste di belligeranti, talché
erano sabotatori soggetti alle leggi di guerra, così come avveniva per i
soldati della RSI fucilati dagli angloamericani nell’Italia da loro occupata.
Tornando agli eccidi, eseguiti secondo liste
preordinate, ricordiamo che le stragi nel “triangolo della morte” tra Reggio
Emilia, Bologna e Ferrara, furono particolarmente efferate; ma vicende simili si
sono verificate, purtroppo, anche in altre parti d’Italia ed episodi di pari
ferocia si riscontrarono nelle stragi provocate dai partigiani di Tito. Oltre
tutto anche questi “liberatori” osservavano la regola di spogliare le loro
vittime degli abiti e di sfigurarne il volto perché non potessero essere
riconosciute. Vittime di cui non si
doveva più trovare traccia, per imporsi col terrore,« non soltanto il terrore
delle uccisioni – scrive Caputo - ma anche e soprattutto quel più grave
terrore che veniva dalla “scomparsa” di vittime sepolte in anonime fosse e
mai più ritrovate». Si generava
così anche l’ansia e la disperazione dei familiari, che per anni si sono
aggirati per le campagne e per i casolari più sperduti alla ricerca di qualche
indizio che li aiutasse a ritrovare le spoglie dei loro cari. Questi disperati
italiani hanno sempre trovato un muro omertoso,un ostinato silenzio, imposto col
terrore.
Una vera e propria strategia del terrore, imposta dai
partigiani titini, come dagli italiani, a conferma di una stessa impostazione di
direttive, calate dai vertici dell’organizzazione comunista.
Di questi «sfoghi di selvaggia ed inumana crudeltà,
di sadismo di torturatori presi dal voler dare le più feroci sofferenze alle
proprie vittime» gli storici ufficiali non amano parlare. E di queste
sofferenze non si riesce ad avere quindi neanche una pallida idea.
Si resta increduli; non si riesce a capire come
esseri umani siano potuti scendere a tal grado di abbrutimento e come
i membri del CLN, di confessione non marxista, abbiano potuto lasciar
correre tanta barbarie, rendendosi complici degli assassini, degli eccidi,
delle rapine.
La nostra più maligna immaginazione non riesce a
concepire fino a che punto di ferocia possano essere giunti i partigiani
social-comunisti a Ferrara e dintorni, ma anche, ripetiamo, in altre plaghe del
Nord Italia.
Ma adesso è documentato: si è lasciato che pochi
boia spargessero il terrore, cavando gli occhi, estirpando tutte le unghie,
spezzando le ossa, spezzando la spina dorsale, la vittima veniva piegata
all’indietro, evirando, marchiando a fuoco il pene, segando le mani con una
sega da falegname, segando addirittura il corpo ancora in vita di una vittima in
due metà, che furono poi gettate nel fiume Panaro e, naturalmente, tante,
troppe botte con pugni di ferro, con oggetti contundenti di ogni genere,
decapitata la vittima, «giocavano a tirare calci alla sua testa come fosse una
palla». Si perpetrarono perfino crocifissioni.
In queste “esecuzioni” furono coinvolte anche
donne, come vittime, ma talvolta anche come carnefici.
L’Autore ci ricorda: «Emersero
uomini di feroce sadismo».
E ancora:«Spaziando per l’Italia settentrionale,
ricordiamo i duecento e più marò della Divisione di fanteria di marina San
Marco che, dopo aver ceduto le armi, alla fine di aprile ‘45, sono stati
uccisi e sepolti in anonime fosse dei boschi di Monte Manfrei e mai più
ritrovati.
Molti del luogo sanno ove sono quelle fosse; ma hanno
ancor oggi terrore a parlarne ed evitano i luoghi, ov’esse sono, anche
nell’andare a cercar tartufi e funghi».
In appendice: il “Memoriale Sergio”, in cui un ex
commissario politico partigiano comunista accusa di efferati delitti alcuni suoi
compagni.
Vincenzo Caputo,
Ferrara 1945 – I giorni dell’odio, Settimo
Sigillo, Roma, luglio 2002, pp. 160, € 14,00 ; e-mail:< ordine@libreriaeuropa.net
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Vincenzo Caputo, avvocato, ferrarese, ha combattuto,
giovanissimo, nelle Forze Armate della Rsi; per molti anni Consigliere
e per due volte Presidente della prestigiosa
“Accademia delle Scienze” di Ferrara, è autore di numerose
pubblicazioni di natura giuridica e storica.
Ricordiamo, in particolare, il suo documentatissimo e
fondamentale per la reale conoscenza della storia moderna: “Da Sarajevo a
Pearl Harbor – Anglo-americani alla conquista del mondo”, Settimo
Sigillo, Roma, 1999, di cui Enzo Erra ebbe a scrivere: « Ci sono dunque
sufficienti elementi per ricostruire tutta la storia del secolo in una visione
opposta a quella consueta» e che oggi sembra tornare d’attualità, Bush
imperante ; ricordiamo ancora: Il caso don Minzoni, Settimo
Sigillo, Roma, 2000; Italo Balbo e il fascismo ferrarese 1920-1922,
Casteggio, 1977.
Francesco Fatica