Torna su
ISSES

CONTROSTORIA FUTURA

I.S.S.E.S. - Istituto di Studi Storici Economici e Sociali
via del Parco Comola, 1 - 80122 NAPOLI
tel. 081 680755
e-mail: info@isses.it
ISSES Storia Economia Convegni Libri Attualità Link Ricerca 

FOIBE: UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA

di Vincenzo Maria De Luca, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2012, pagine 256.

FOIBENon sono molti gli studi sul grande dramma giuliano, istriano e dalmata degli anni quaranta che pervengono a nuove edizioni, perché lo sviluppo delle ricerche indotto dalla Legge istitutiva del Ricordo (2004) ha dato luogo alla disponibilità di un numero assai alto di titoli, spesso iterativi. Questo lavoro di Vincenzo Maria De Luca che giunge alla seconda vernice dopo dodici anni dalla prima, con ampie revisioni ed integrazioni, costituisce un’eccezione significativa (presentata in Campidoglio nello scorcio conclusivo del 2012 per iniziativa dell’On. Federico Guidi, Presidente della Commissione Bilancio di Roma Capitale), a testimonianza di un carattere originale, di contributi critici spesso innovativi, e di un buon interesse anche per i non addetti ai lavori.

De Luca non è uno storico professionista, ma è animato da ricorrenti attenzioni obiettive per una pagina di storia fra le più tristi, o meglio tragiche, del secolo scorso, e non fa mistero della sua partecipazione alla drammatica vicenda del confine orientale, già dal significativo sottotitolo (Il lungo addio italiano alla Venezia Giulia). Sia per questo, sia per la forza suggestiva di talune interpretazioni contro corrente, è un libro che coinvolge rapidamente e si legge di getto, senza dire che l’opera trova importanti completamenti nella ricca documentazione fotografica e nelle appendici dedicate alle “nuove” foibe: quelle - finora ignorate - che si trovano in Dalmazia.

Il titolo è relativamente riduttivo, perché l’Autore, visitando la storia delle terre perdute dall’Italia col trattato di pace, non si limita all’ultimo periodo. Infatti, muove da lontano e si sofferma sulle lunghe esperienze di Roma e Venezia, senza trascurare quella del Regno (dal 1861 in poi), cogliendovi motivazioni non marginali e spesso profonde circa le matrici del tragico “addio” maturato nel Novecento. Anche per questo, è un contributo che aspira ad acquisire un ruolo di rilievo nella storiografia giuliana e dalmata, sia come momento di documentazione, sia come spunto di riflessioni non effimere.

L’impostazione del De Luca è correttamente revisionista, perché ogni ricerca storica non può esimersi dall’essere tale, secondo l’assunto ormai definitivo di Croce e di Meinecke; e nello stesso tempo non prescinde da riferimenti meno tradizionali ma certamente suggestivi come quello alla sintesi di memoria e coscienza mutuato dal pensiero di Henri Bergson, per non dire di qualche reminiscenza di Nietzsche a proposito della grande foiba del Cansiglio, il Bus de la Lum, la cui prima visita assieme al compianto Marco Pirina - Presidente di “Silentes Loquimur” - ebbe un ruolo importante nella decisione di approfondire un tema come quello delle stragi perpetrate dai partigiani comunisti, colpevolmente ignorato per tanto tempo dalla volontà politica e dalla grande storiografia.

L’approccio di fondo, realistico e consapevole, non è privo di spunti coraggiosi e talvolta controcorrente, come nelle valutazioni della cosiddetta politica di italianizzazione perseguita durante il Ventennio fascista, in parallelo incomparabile (in tutti i sensi) con quella terroristica cui fu improntata la strategia delle Organizzazioni irredentiste di parte slava negli anni venti e nella prima metà degli anni trenta, e da cui ebbero origine i processi conclusi con le condanne di Vladimir Gortan e dei “quattro” di Basovizza.

Considerazioni analoghe valgono per la franchezza scevra da posizioni pregiudiziali con cui l’Autore prende in esame comportamenti e strategie di personaggi come il Maresciallo Tito, un uomo che ebbe la “fortuna di trovarsi al posto giusto nel momento giusto” e fu dotato, peraltro, di un grande acume strategico; o come Pietro Badoglio, responsabile prioritario di una sventura come quella dell’otto settembre, le cui conseguenze si sarebbero protratte nel lungo termine.

De Luca è talmente obiettivo da rendersi conto che la reazione tedesca dopo l’armistizio italiano ebbe la sua dura logica: caso mai, fu l’Italia a comportarsi in modo inqualificabile, come quando lo stesso Badoglio “afferrò la mano” dell’Ambasciatore Rahn per confermare la fedeltà all’Asse, mentre poche ore prima era già avvenuta la firma di Cassibile. Vale la pena di rammentare che l’episodio si sarebbe ripetuto all’indomani del trattato di Osimo (1975), quando il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, ricevendo una delegazione triestina che lo invitava a non firmare la legge di ratifica, assicurò di accogliere il grido di dolore della città di San Giusto, mentre aveva già promulgato da qualche ora la legge in parola.

Gli orrori della guerra in Jugoslavia, precisa De Luca, furono assai superiori a quelli rilevati sugli altri fronti del conflitto, ma non è un caso che si siano ripetuti dopo lo sfascio della Repubblica federativa, quando la feroce esperienza del “tutti contro tutti” trovò nuove ed altrettanto tragiche manifestazioni. Non è nemmeno un caso che quegli orrori abbiano avuto frequenti ricorsi storici vecchi e nuovi, a cominciare dal comportamento agghiacciante degli Avari in occasione della loro discesa in Dalmazia ed in Istria agli inizi del sesto secolo, come da testimonianza di Procopio. In tutto ciò, l’Autore sembra intravvedere un ricorso storico analogo a quelli teorizzati dal Vico, che peraltro presumevano un’evoluzione dall’età ferina alla stagione della “mente pura” di cui la ex Jugoslavia non ha potuto fruire, perché il suo Risorgimento, secondo un pensiero di Marino Micich citato dal De Luca, è tuttora di là da venire.

Un argomento su cui la storiografia tradizionale ama sorvolare spesso è quello che riguarda il colpo di stato di Belgrado del marzo 1941, con cui la Jugoslavia cambiò improvvisamente campo ed a seguito del quale le forze dell’Asse furono coinvolte in una guerra lampo che sarebbe durata non più di undici giorni (ma che avrebbe avuto continuazione in una guerriglia senza fine e senza esclusione di colpi). Ebbene, De Luca non si lascia tentare, nemmeno a questo riguardo, dalle suggestioni della “vulgata” e presenta gli eventi per ciò che realmente furono, senza trascurare le promesse territoriali degli Alleati, e segnatamente della Gran Bretagna, al nuovo Governo di Re Pietro.

Quanto alle foibe ed alle persecuzioni slave nei confronti degli Italiani di Venezia Giulia e Dalmazia (ed in quelli di tutti i dissidenti croati, serbi, sloveni e via dicendo), il testo non è avaro di particolari, ravvisandovi lo scellerato disegno di una pulizia  politica che nel caso di specie divenne anche genocidio; e si arricchisce, soprattutto nell’ultimo capitolo e nelle appendici, di nuovi documenti che non è azzardato definire allucinanti, come quelli relativi a Fiume, Zara e Spalato (basti ricordare le pagine dedicate al martirio del Sen. Riccardo Gigante ed al permanente ostracismo croato all’esumazione dei suoi resti mortali in agro di Castua; od a quello di Matteo Bragadin, anziano giudice in pensione gettato nell’orrido di Kevina Jama dopo inenarrabili sevizie ed oggetto di un surreale processo postumo per il sequestro totale dei beni di famiglia).

De Luca si dichiara convinto che l’Istria e la stessa Trieste sarebbero state perdute dall’Italia anche nell’ormai improbabile caso di vittoria dell’Asse (si tratta di una valutazione politica e non certo di un giudizio storico), dato che il Reich non aveva nascosto le sue mire sul Litorale, ma resta il fatto che la sovranità della RSI, per quanto affievolita, non venne meno fino all’ultimo e che sul piano militare venne suffragata dall’impegno, documentato dall’Autore, di almeno 15 mila combattenti, tra cui quelli della Decima, dei Battaglioni Barbarigo, San Giusto, Mussolini e Tagliamento, e di altre formazioni della Guardia Nazionale Repubblicana.

Nella conclusione si fa riferimento ad una sorta di “antica maledizione” che graverebbe sull’Istria e che trova corrispettivo in una vecchia leggenda secondo cui il territorio carsico, con le sue duemila foibe e le loro sinistre profondità, sarebbe opera del demonio. Si tratta di suggestioni inquietanti che esprimono credenze popolari di origini assai remote ma che trovano motivazioni oggettive in una condizione geografica “stretta fra il mondo occidentale e quello balcanico” e quindi, fra due realtà assai diverse, come rileva De Luca, anche dal punto di vista culturale, oltre che economico e sociologico, a tutto svantaggio del mondo slavo.

E’ una diagnosi certamente apprezzabile, che vale la pena di sottolineare in una stagione caratterizzata dal poderoso ritorno della “cupidigia di servilismo” manifestata dall’Italia in tante occasioni (basti ricordare il diktat, il trattato di Osimo ed il riconoscimento “gratuito” delle nuove Repubbliche ex jugoslave) e bollata sin dal 1947 con le nobili parole pronunciate dal Croce nel dibattito alla Costituente.

L’Autore, con una punta di motivato pessimismo, ravvisa nella politica italiana una prassi approssimativa e pressapochista che trae origine dalla sostanziale carenza di un autentico senso della nazionalità e dalla forza ricorrente dei municipalismi, non dissimile da quella dell’arcipelago slavo ma aggravata dalla perdita di pur importanti riferimenti storici e culturali. Nella stessa ottica realistica, mostra di considerare “assai poco rappresentativa” l’attuale minoranza italiana in Istria, ed a più forte ragione in Dalmazia, cui la politica estera governativa si ostina a guardare “con ipocrita benevolenza” mentre trascura la realtà degli Esuli “relegati per oltre 60 anni nell’angolo più nascosto della nostra cattiva coscienza”.

Per De Luca, il “lungo addio” sembra approdare ad una diagnosi quasi irreversibile, non priva di una sofferta accettazione del fatto compiuto. Eppure, come attestano le sue stesse pagine, la storia, compresa quella giuliana, istriana e dalmata, è un perenne divenire che non finisce mai: non è finita ieri, e non potrà finire oggi o domani. 

Carlo Cesare Montani