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CONTROSTORIA FUTURA

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Per non dimenticare

Paolino Vitolo

Domenica prossima 27 gennaio 2019 sarà la Giornata della Memoria. Essa fu istituita il 1° novembre 2005 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per ricordare le vittime dell’Olocausto. La data è il 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 le truppe dell'Armata Rossa, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Ma l’Olocausto fu solo una delle stragi, delle persecuzioni, dei genocidi che vennero perpetrati nel secolo scorso, il ventesimo secolo, al quale lo scrittore e giornalista Marcello Veneziani dedicò un libro intitolato “Il secolo sterminato”. Sterminato non solo perché lunghissimo per la densità degli avvenimenti storici, ma anche per gli stermini che in esso avvennero.
Nel secolo scorso l’Europa e il mondo intero furono devastati dalle due guerre più spaventose che l’umanità intera abbia conosciuto, due guerre che in effetti furono una sola, la seconda come continuazione della prima, e che videro un solo sconfitto: l’Europa.
E poiché, come diceva Cicerone, “Historia magistra vitae”, non è possibile e non è lecito ignorare gli insegnamenti della storia, proprio per migliorare la nostra vita futura e non incorrere ancora negli errori spaventosi in cui la nostra fallibile natura umana ci ha precipitati.
Per questi motivi, oltre all’Olocausto, andrebbero ricordati altri delitti contro l’umanità, altrettanto spaventosi, che sono invece quasi sconosciuti al grande pubblico.

Pensiamo per esempio al massacro dei kulaki, i contadini russi proprietari della terra che coltivavano (distinti dai kombedy, che non possedevano terra). Nel 1927, a seguito di una crisi agricola, Stalin ripristinò le misure sulla requisizione di cereali tipiche del comunismo di guerra, ed inoltre intraprese una dura campagna propagandistica contro i kulaki. Egli introdusse una pianificazione integrale dell'economia, che portò alla collettivizzazione forzata delle terre, utilizzata come metodo per trasferire ricchezza dall'agricoltura all'industria: le terre vennero unificate in cooperative agricole (Kolchoz) o in aziende di stato (Sovchoz), che avevano l'obbligo di consegnare i prodotti al prezzo fissato dallo stato. Tutti i contadini, compresi i kulaki, si opposero fermamente alla collettivizzazione, nascondendo le derrate alimentari, macellando il bestiame ed anche utilizzando le armi. Stalin reagì ordinando sistematiche eliminazioni fisiche e deportazioni di massa nei campi di lavoro, che colpirono in maggioranza i kulaki. Fu un genocidio spaventoso, di almeno quindici milioni di uomini donne e bambini deportati in Siberia, dove morirono di freddo e di stenti. Esso avvenne però all’interno di una nazione sovrana e nessuno poté o volle opporsi. Peccato che ancora oggi questa mostruosità sia quasi del tutto dimenticata.

Pensiamo ancora alla strage delle Fosse di Katyn, che avvenne durante la Seconda guerra mondiale e consistette nell'esecuzione di massa, da parte dell'NKVD (Commissariato del popolo per gli affari interni) sovietico, di soldati e civili polacchi, per un totale stimato di oltre 20.000 cittadini polacchi nonché di tutti i vertici dell’esercito polacco, i cui cadaveri furono abbandonati a marcire nella foresta di Katyn, vicino al villaggio di Gnëzdovo, a breve distanza da Smolensk. Stalin cercò di addossare la colpa di questa strage ai nazisti, e molti suoi ammiratori anche italiani si ostinarono a sostenere questa tesi, fino a quando la stessa Unione sovietica nel 1990, molto tempo dopo la morte di Stalin, si decise a riconoscere la propria responsabilità. A questo proposito, vorrei ricordare che nel 2007 uscì il film “Katyn”, diretto da Andrzej Wajda, il cui padre Jakub fu una delle vittime. Il film fu ovviamente boicottato delle sinistre, tanto è vero che pochi l’anno visto e per il distributore cinematografico fu un vero fallimento.

E pensiamo infine al genocidio che ci riguarda più da vicino: quello degli Italiani dell’Istria e della Dalmazia, iniziato dopo il disgraziato armistizio dell’8 settembre 1943 e continuato ben oltre la fine della Seconda guerra mondiale, almeno fino al 1948. La Venezia Giulia, l’Istria e la Dalmazia erano terre italiane da sempre o almeno dai tempi della Repubblica serenissima di Venezia; vi si parlava infatti il dialetto veneto, con piccole varianti locali. Dopo l’armistizio, che provocò in breve tempo il dissolvimento dell’esercito italiano, i partigiani comunisti di Tito, approfittando anche delle difficoltà dell’esercito tedesco, cominciarono a risalire la costa dalmata, cercando di cancellare ogni traccia di italianità da quelle terre. In verità essi volevano cancellare non solo l’italianità, ma anche gli italiani. Molti nostri connazionali, circa 400.000, riuscirono a fuggire dando luogo al famoso esodo giuliano dalmata; chi non ci riuscì fu trucidato in campi di sterminio o, peggio, fu “infoibato”. Ho già parlato di questo argomento in un articolo pubblicato su questo sito (Contro la violenza sulle donne. Il martirio di Norma Cossetto), quindi non voglio tediare i miei lettori con un’ennesima descrizione delle foibe. Mi preme però ricordare che questa strage fu affogata nel silenzio per molti decenni, per non turbare parti politiche simpatizzanti dei regimi di sinistra e simili.
Finalmente, dopo alcuni tentativi andati a vuoto a causa dell’opposizione dei personaggi di cui sopra, fu promulgata dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi la legge 30 marzo 2004, n. 92, pubblicata nella “Gazzetta Ufficiale” n. 86 del 13 aprile 2004. Il primo articolo di questa legge dello Stato recita:
«1. La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale "Giorno del ricordo" al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».
Per il Giorno del ricordo fu stabilita la data del 10 febbraio perché proprio il 10 febbraio 1947 fu firmato il trattato di pace che assegnava l’Istria e buona parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia.
Quindi tra pochi giorni, domenica 10 febbraio 2019, si celebrerà il Giorno del Ricordo. Purtroppo, a distanza di oltre settanta anni ci rendiamo conto che quei tristi episodi non sono stati ancora consegnati alla storia. È notizia di questi giorni la decisione del sindaco di Roma Virginia Raggi di affidare all’ANPI, l’associazione dei partigiani, la celebrazione del Giorno del Ricordo nelle scuole romane. Si tratta di una chiara provocazione della sindaca, che ha provocato la protesta dell’associazione degli esuli giuliano-dalmati di Roma, il cui presidente Oliviero Zoia ha dichiarato: “In questo modo si sposta di 180 gradi quello che è realmente accaduto in quelle terre martoriate nel dopoguerra alla popolazione civile tra foibe e conseguente esodo di 350.000 italiani, dimenticando completamente la collaborazione (documentata) tra partigiani della Brigata Garibaldi e partigiani titini”.
Non è giusto, a parer mio, ricordare tanti poveri morti e tantissimi esuli con polemiche e ripicche. A questo proposito vorrei citare le parole del presidente emerito Giorgio Napolitano, che, pur essendo un esponente di quella parte politica che non avrebbe mai voluto ricordare gli orrori delle foibe e dell’esodo degli italiani giuliano-dalmati, in occasione del Giorno del Ricordo del 10 febbraio 2007 disse tra l’altro: «...già nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell'autunno del 1943, si intrecciarono "giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento" della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una "pulizia etnica".»

Per non dimenticare.  


Esule giuliano-dalmata col tricolore italiano sul carretto.


Esuli italiani si imbarcano sulla nave "Toscana" a Pola.


Recupero cadaveri dalla foiba di Vines (comune di Albona. Croazia).