Acca Larentia – Il ’78 dimenticato
Il 1978 fu l’anno che ha cambiato l’Italia. L’eccidio di Via Fani prima e l’assassinio di Aldo Moro dopo sconvolsero gli equilibri politici del nostro paese, determinando un mutamento drastico soprattutto degli orientamenti internazionali.
Ma il sequestro dello statista democristiano non si manifestò affatto come un fulmine a ciel sereno. Il 1978 fu segnato da subito da un clima di inaudito terrore, un clima inaugurato, una sera fredda di gennaio, dalla strage di Acca Larentia.
L’irlandizzazione della capitale era stata prevista già l’anno precedente, eppure si rimase inerti dinnanzi ad una scia impressionante di violenza che prese il via nei marciapiedi insanguinati di una sede missina abbandonata in periferia.
Gli omicidi di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, seguiti a breve dall’esecuzione di Stefano Recchioni, non costituiscono quindi un corpo estraneo della storia italiana più recente.
Essi compongono invece il primo tassello di un mosaico che rivela una verità inquietante e non sufficientemente esplorata. La mitraglietta Skorpion, marchio indelebile dell’infamia, rappresenta forse la chiave per decifrare l’enigma.
Perché lo Stato reagì con freddezza alla carneficina del 7 gennaio 1978? Perché l’inchiesta si avviò rapidamente verso un binario morto? Il sistema mediatico ebbe la sua parte di responsabilità per quello che sarebbe accaduto dopo?
Se l’errore di taluni fu quello di non comprendere che la strage di Acca Larentia, rimasta impunita, avrebbe spinto una parte dei giovani neofascisti verso la lotta armata, l’indifferenza di altri portò a non capire cosa si stesse annunciando con l’eccidio del 7 gennaio 1978.
Il libro di Beatrice Ricci e Luca Valentinotti nasce per restituire verità al ’78 dimenticato.
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RAIDO e SPAZIORITTER presentano:
“Berto Ricci, l’Ortodossia della Trasgressione”
Conferenza di Maurizio Rossi (Edizioni di Ar),
introduce Maurizio Murelli
L’Associazione Culturale Raido in collaborazione con Spazio Ritter organizza, per Sabato 29 Novembre alle ore 17,30, una conferenza dedicata alla figura di Berto Ricci dal titolo “Berto Ricci, l’ortodossia della trasgressione”. All’evento – che si terrà presso i locali di Spazio Ritter, a Milano, in via Maiocchi 28 – parteciperà in qualità di relatore, Maurizio Rossi (Edizioni di Ar). Introdurrà l’evento Maurizio Murelli.
Berto Ricci è l’esempio di come pensa, parla, opera, combatte e muore un rivoluzionario puro. Un’esistenza vissuta intensamente, come giornalista, come poeta, come matematico, come scrittore. Una figura poliedrica capace di distinguersi per ardente impegno e senso di profondo sacrificio personale. Esempio reale e tangibile di come sia possibile condurre un’esistenza coerente e coraggiosa, non ancorata ad una visione orizzontale, ma ispirata dalla bellezza e dalla forza di una visione verticale, dove l’esistenza viene permeata da una dimensione spirituale.
Un “maestro di carattere”, come lo definì Indro Montanelli, capace di condurre una critica costruttiva anche verso il Regime ma senza rinnegare la fedeltà al Capo, riconoscendo nell’azione a volte contrastante di alcuni funzionari di alto grado un ruolo che in uno Stato complesso e compromesso (monarchia, chiesa, industria, finanza, vecchie leadership militari) si necessitava, al fine di garantire solo al Governo la gestione dei lunghi processi di trasformazione. Berto Ricci ha creduto nella realizzazione dell' “uomo nuovo”: “Sicuro, ho fatto la guerra perché c’era da spendere tutto e riscuotere tutto, ma non per me, ma per gli altri; e ho fatto il fascista perché lo spirito ne trasse gli stessi vantaggi che dalla guerra son derivati, e son rimasto fascista perché è necessaria la vigilanza disinteressata e diretta, ma mi guarderei bene dal far la rota a un posto qualunque o dall’accettare di esservi nominato. Ho da servire una fede e so che soltanto col purificarmi la mente e col denudare la mia anima posso servirla e non col diventare accademico o deputato, dalla poltrona dei quali è possibile impartire del bene. Sto a casa mia, sto con la mia miseria, col mio destino e servo fino in fondo; e, se a un tratto, dipendentemente da questo, occorra la vita, sia pure, per il bene degli altri.”
(“Richiami all’uomo”, “L’Universale”, n. 2/3, febbraio 1931).
Il suo messaggio è giunto a noi senza possibilità di fraintendimenti, ed è reso ancor più forte dalla sua integrale attuazione, fino alla sua morte in combattimento. Il meditare sulle “cause prime” delle sue azioni, donava a Berto Ricci un’assoluta consapevolezza nelle sue scelte. Non solo a 37 anni si può morire, ma si deve sapere per cosa morire. Il sacrificio è stata la sua via e l’esempio il suo lascito. Il ricordo invece, è il nostro dovere.
Info:
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