Stefano Fabei - MUSSOLINI E LA RESISTENZA PALESTINESE
MURSIA Editore, 2005 - pp. 300 - 23,50
«Settant'anni fa, nel più assoluto segreto, l'Italia fascista si adoperava validamente nel tentativo di dare una patria agli arabi della Palestina.
Non si trattava soltanto di un appoggio politico, ma di un autentico sostegno materiale».
Angelo Del Boca
Tra il 10 settembre 1936 e il 15 giugno 1938 l'Italia fascista versò al
Gran Mufti di Gerusalemme, che guidava la rivolta del popolo palestinese
contro le forze militari della Gran Bretagna e contro l'immigrazione
ebraica, circa 138.000 sterline, una somma di tutto riguardo per quei
tempi. Questo contributo finanziario fu deciso dal Duce all'indomani della
guerra d'Etiopia, non solo «in ragione della posizione assunta dall'Italia
nei confronti del nazionalismo arabo, e per dar fastidio agli Inglesi», ma
anche in omaggio alle posizioni anticolonialiste del Mussolini socialista rivoluzionario e del primo fascismo. Oltre al denaro il ministero degli
Esteri decise di inviare ai mujâhidîn palestinesi un consistente carico di
armi e munizioni, in principio destinato al Negus, ma acquistato in Belgio
tramite il SIM. Questo materiale, depositato per quasi due anni a Taranto,
sarebbe dovuto giungere, tramite intermediari sauditi, ai palestinesi
impegnati nella prima grande intifâda per abbattere il regno hascemita di
Transgiordania, porre fine al protettorato britannico, bloccare l'arrivo di
altri ebrei e il progetto sionista in Terrasanta. Per l'Italia di Mussolini
fu anche il tentativo di non farsi scavalcare nella solidarietà agli arabi
dalla Germania di Hitler. Un'altra pagina della politica araba del
fascismo, finora volutamente ignorata, ricostruita sulla base di documenti
provenienti dagli archivi del Ministero degli Esteri e dello Stato Maggiore
dell'Esercito.