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CONTROSTORIA FUTURA

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1945 ROSARIO DI PENA DELLE DONNE GERMANICHE

1945 LEIDSKRANZ DER DEUTSCHEN FRAUEN

 

ai milioni di donne tedesche

oltraggiate e violentate dai vincitori

 

Dopo aver celebrato l’olocausto delle genti giuliano-fiumano-dalmate di ascendenza italianissima, perpetrato dal mondialismo vittorioso nel 1945, (con la cieca partecipazione di europei che sacrificarono l’indipendenza economica e politica della loro patria e degli altri europei nella II guerra civile europea, che ha finito per produrre l’egemonia americana) il poeta Mario Varesi, ha voluto cantare nel 1997 l’olocausto dei territori derubati alla Germania in forza del criminale trattato di pace ( Vedi La via crucis  germanica).

Proseguendo la Sua opera di pietas, Mario Varesi canta oggi queste preghiere, su base storica  in termini di poesia, per attestare l’eroismo e il martirio delle donne germaniche di quei territori tedeschi che furono occupati dalle orde dell’URSS, armate e approvvigionate dagli USA per realizzare il loro sporco disegno di disintegrazione dell’Europa.

Il Poeta colloca, in un afflato religioso, nei misteri dolorosi del rosario il martirio di queste eroiche donne che si ribellarono all’oltraggio delle truppe russe e polacche comuniste. Sono 25 liriche ispirate alla storia e alla cronaca di quegli anni atroci, per  riportare alla luce della verità un olocausto volutamente scordato, vissuto da queste nuove sante del XX secolo.

Il Prof. Adolf Walter ha tradotto e reso con ricca arte e appassionata fede due  liriche in lingua tedesca.

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Ai primi di maggio 1945 la cittadina di Demmin fu invasa dall’Armata Rossa e sottoposta ai  consueti saccheggi e stupri, culminati nell’incendio del paese.

Su 15.000 abitanti un migliaio preferirono il suicidio di massa agli orrori della “liberazione”.

Apocalittico suicidio di massa: intere famiglie annegate nei fiumi  che lambiscono la cittadina, altre famiglie scelsero l’impiccagione, altre il veleno. Un migliaio di morti, compresi bimbi e infanti.

Alla “liberazione” di Hennersdorf (circondario di Ohlau)  i russi presero la giovane Elisabetta Thomas, la gettarono in un fienile e la violentarono, quindi, legata ad un palo le mozzarono mani e piedi. Le sue grida si udivano da lontano.

La trovarono il giorno seguente carbonizzata nel fienile incendiato dai ”liberatori”.

Il 19 marzo 1945, alla “liberazione” di Neustadt (Alta Slesia) russi sterminatori, ubriachi di sangue tentarono di prendere la giovane Elisabetta Langer. Ma questa riuscì a fuggire . La inseguirono e le spararono alle spalle. Cadde e fu finita a colpi di baionetta. Ma salvò la sua verginità.

Ancora a Neustadt perfino la moglie settantenne del macellaio Adolf Lux fu presa dalle mire libidinose di un ”eroico guerriero”; ma, essendosi il marito parato davanti a lei, il russo afferrò un coltello dal tavolo della macelleria e li uccise entrambi a coltellate.

Nel gennaio 1945 i “liberatori” a Döbern (circondario di Oppeln) si abbandonarono a massacri e stupri. Maria Warzecka, una non ancora santificata Maria Goretti della Slesia, preferì perdere la vita piuttosto che la propria innocenza, cosa che ripeté al russo violentatore, ma questi, all’ennesimo rifiuto la uccise, secondo la indefettibile consuetudine della “liberazione”.

A fine maggio del 1945 i “liberatori “ di Breslavia aggredirono la signorina Roßdeutscher, mentre tentava di andare incontro alla madre. Questa la trovò con il grembo squarciato. La vergine morì tra le braccia della inorridita mamma, mormorando:« Andrò in cielo, perché non ho peccato ».

Nel dicembre 1945, a Güntherbrücke (circondario di Breslavia) la trentenne Elisabetta Ackermann fu assassinata con coltellate al braccio destro, al corpo e alle gambe, da un polacco che tentava di violentarla. Difese la sua verginità fino alla morte.

A Drossen ( circondario di Westernberg/Neumarkt) i “liberatori”si abbandonarono a  gravissime violenze. Si ricordano qui soltanto alcune venerande donne : la Signora Gabel di anni 74, la Signorina Wolff di anni 80 e la Signora Rauhut, morte in seguito alle violenze sessuali dei russi.

Nel febbraio 1945 a Jakobskirch (circondario di Glogau) i russi chiesero al sig. Hoff la figlia di 14 anni. Questi implorò :« Ma è ancora una bambina». Sembrarono calmarsi, ma tornarono la sera dopo, prelevarono il signor Hoff, ingiungendo alla moglie e alla figlia di abbandonare il villaggio. Il corpo del signor Hoff, ammazzato, fu trovato dietro la chiesa protestante.

Il 18 marzo 1945 i “liberatori” e spari, e ventri squarciati., arrivarono a Nieder-Hermsdorf, circondario di Neisse. Grida cupe, profonde, disperate. Fra tante violenze  si ricordano qui le tre Martiri : Signorina Martha Gieβmann di anni 23, Signora Vogt, Signorina Jung .

Nel settembre 1945 a Grussau fu seviziata dai polacchi, la signora Böhm. Volevano violentare la figlia; la madre morì per salvarla.

Nel gennaio “liberarono” Bergstadt (ora Lesnica) nell’alta Slesia e subito fu caccia alle donne. Il 27 sei russi si scatenarono in stupri collettivi su Hildegard Domina Rudzski, infermiera e poi deflorarono la cugina Herta Meinusch di 15 anni. Herta si rifugiò nelle braccia della sconsolata madre Maria Meinusch Domina. Le uccisero tutt’e tre.

Marzo ’45 , “liberazione” di Cosel (alta Slesia). Invasero ogni casa precipitandosi sulle donne. Elisabetta Rasel, assalita da un assatanato, riuscì a svincolarsi e a fuggire nella via, ma, raggiuntala, il soldato sovietico le sparò alle spalle e l’abbandonò agonizzante con la colonna vertebrale spezzata e il bacino lacerato.

 E ci furono anche efferate razzie di donne tedesche, “liberate” per compiere lavori durissimi in Polonia, Russia e Siberia. Mai più tornate. Scomparse

L’invasione-liberazione russa della Slesia , comportò atroci violenze alla popolazione civile, infierendo in particolare sulle donne, non risparmiando neppure le suore. Furono assalite ferocemente dappertutto. Senza misericordia.

Milioni di donne tedesche oltraggiate e violentate dai “liberatori”. Milioni di Martiri.

 

Mario Varesi, 1945 Rosario di pena delle Donne Germaniche   1945 Leidskranz der Deutschen Frauen, Ed. “L’Ardito” Milano, 2003.

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