Il brano seguente è tratto da uno dei migliori libri mai apparso in Italia sull'argomento banche e sistema bancario.
Perchè unisce un profondo rigore argomentativo con un linguaggio agile e sciolto,adatto a tutti quelli che come me non sono stati iniziati alla scienza delle finanze.
Leggendo il libro "SCHIAVI DELLE BANCHE" di Maurizio Blondet, edizioni EFFEDIEFFE www.effedieffe.com , si scopre che le banche inventano il denaro creandolo dal nulla . E scaricando la massa monetaria virtuale sull'economia determinano quel fenomeno noto come inflazione.
Sono cose che gli addetti ai lavori sanno benissimo ma il pubblico ignora,forse perchè a nessuno dei politici o dei giornalisti importa molto mostrare al popolo di quale truffa gigantesca e legalizzata sono vittime e del peso che ha sulla spesa quotidiana.
Vi consiglio di comprare il libro in più di una copia e di distribuirlo agli amici in maniera da aumentare per quanto sia possibile la cerchia delle persone consapevoli.
Eventualmente si può trovare a http://www.libreriaar.it
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"Il lavoro precede il capitale e non dipende da esso. Il capitale è semplicemente il frutto del lavoro, e non potrebbe mai esistere se non fosse prima esistito il lavoro. Il lavoro è superiore al capitale, e merita molto più rispetto. Il capitale ha i suoi diritti, che meritano protezione come ogni altro diritto. Né si vuol negare che ci sia, e probabilmente sempre ci sarà, una relazione fra capitale e lavoro, generatrice di vantaggi reciproci. L'errore è nell'assumere che l'intera forza lavoro della comunità esista all'interno di questa relazione". (Abraham Lincoln, nel discorso al Congresso del 3 dicembre 1861 in cui annunciò l'intenzione di emettere moneta di stato, libera da interessi da pagare ai banchieri).
Per capire, bisogna ricorrere alla metafora delle superpetroliere. Bisogna vederne una quando solca i mari. Avanza lenta e silenziosa, solo percorsa da una vibrazione cupa; ma la sua lentezza rivela una potenza straordinaria e quasi paurosa, in ragione della sua stazza e del suo peso. E' la sua inerzia a far paura: dato l'ordine di arresto, il comandante sa che la sua nave colossale non si fermerà senza prima aver percorso ancora decine di miglia, a motore spento o indietro tutta. Invertire la rotta, significa farle compiere un cerchio il cui raggio misura una decina di miglia; e la manovra provoca turbolenze sulla superficie marina per chilometri e chilometri.
Nell'oceano dell'economia globale, sono in viaggio due superpetroliere: l'India e la Cina. Quasi un miliardo di abitanti la prima, quasi un miliardo e mezzo la seconda: è la loro demografia a fornire il loro potente motore e la loro forza d'inerzia colossale. Le loro dimensioni stanno cambiando le regole del gioco nel mercato globale, in modi che Adam Smith, il profeta della globalizzazione, non aveva previsto, e che non gli sarebbero piaciuti.
Ogni anno, 260 mila nuovi ingegneri indiani entrano nel mercato planetario del lavoro (nota 1); parlano inglese, la loro istruzione è del miglior livello occidentale, e sono pronti a lavorare per 600 dollari al mese, ottima paga per il costo della vita indiano. Accade così che, a ritmo accelerato, Stati Uniti ed Europa perdano posti ad alto contenuto intellettuale e tecnologico a favore dell'India.
Ad approfittare della riserva di tecnici a basso costo hanno cominciato, nel 2000, le grandi banche d'affari americane. Quando a New York è notte e le finanziarie di Wall Street chiudono le porte, drappelli di tecnici informatici indiani (in India è giorno) penetrano nei computer inattivi delle grandi banche americane per via telefonica e verificano le operazioni della giornata precedente, compiono la manutenzione del software, trattano i dati. I progressi dell'elettronica unita alle telecomunicazioni rendono possibile questo genere di lavoro, a distanza di ottomila chilometri. In India, la rete telefonica è notoriamente orribile; ma i tecnici indiani la scavalcano, usando telefoni satellitari per collegarsi ai computer americani. E' un collegamento costoso, ma la merce che gli indiani vendono - intelligenza - è abbastanza preziosa da valere il costo del suo trasferimento su un veicolo caro.
Oggi, American Express e la banca J. P. Morgan Chase affidano agli indiani tutte le pratiche (elettroniche) per la valutazione dei rischi, per la concessione dei crediti, per la gestione dei dati personali dei clienti. La Ford ha un laboratorio di ricerca e sviluppo a Chennai, sobborgo di Madras, dove lavorano 300 ingegneri indiani. Daimler Chrysler e General Motors hanno assunto ciascuna cento ingegneri indiani nei loro centri di Bangalore.
La maggiore banca francese, Société Generale, ha assunto 160 tecnici indiani nel suo centro elaborazione-dati di Bangalore, dove si creano programmi computeristici per le banche d'investimento del gruppo. L'assicuratrice francese Axa fa elaborare i dati a una sua ditta di Bangalore, che conta mille dipendenti. L'Alcatel (la società di Telecom) ha uffici a Delhi, in cui lavorano 400 indiani, quasi tutti ingegneri. Le imprese di avionica francesi Snecma e Dassault Systèmes impiegano a Bangalore tra cento e 120 ingegneri ciascuna. Le bollette dell'inglese British Telecom vengono elaborate in India, come le prenotazioni della British Rail, le ferrovie inglesi; anche l'assicuratrice britannica Prudential, i Lloyds, la catena di supermercati Tesco hanno trasferito nel subcontinente asiatico tutte le attività elaborabili elettronicamente. La Lufthansa e la Swissair affidano ad indiani tutto il sistema di prenotazioni. Infinite altre imprese europee e americane hanno delocalizzato in India l'attività di call-center: signore e studenti indiani, in possesso di un buon inglese, rispondono alle richieste d'informazioni di clienti che abitano a Birmingham, a Londra e a New York.
Nel mondo, questo insieme di attività - servizi informatici, tecnologie, trattamento dati, consulenza e servizi su reti Telecom - vale, si calcola, 19,5 miliardi di dollari. L'India si è già aggiudicata il 55 per cento di questo mercato.
Negli anni '80 crebbe il mito di Silicon Valley, la località californiana con la massima concentrazione di energie intellettuali e imprenditoriali dedite alla creatività informatica. A Silicon Valley crescevano come funghi le starts-up, le micro-aziende composte da docenti universitari in veste d'inventori e creatori, finanziati da genii della raccolta di denaro in Borsa o nel credito, allo scopo di sfruttare brevetti e idee nuove. Oggi, il mito di Silicon Valley stinge: essa conta 120 mila ingegneri, mentre Bangalore ne ha già in attività 150 mila. Bangalore, cittadina dell'India centro-meridionale, è il nuovo motore del progresso industriale informatica (nota 2).
Fra il 2003 e il 2004, in diciotto mesi, già 10 mila posti di lavoro di livello ingegneristico o impiegatizio sono spariti dall'Inghilterra, e ricomparsi in India. Secondo i sindacati britannici, altri 200 mila posti saranno persi in patria a vantaggio dell'India nei prossimi mesi. Il primo ministro Tony Blair ha dichiarato: "la cosa peggiore che potrebbe fare il governo sarebbe di dare false speranze di arrestare questa evoluzione". E' la globalizzazione, ragazzi, bisogna adeguarsi. In America, secondo il centro di ricerche imprenditoriali A.T. Keamey, i servizi finanziari statunitensi si apprestano a trasferire in India 500 mila posti di lavoro entro il 2008.
Paul Hermelin è presidente della francese Cap Gemini Emst & Young, una joint-venture franco-americana che ha trasferito in India 600 posti di lavoro d'alto livello. Profetizza: "le società di servizio e d'ingegneria informatica conosceranno una delocalizzazione paragonabile a quella che ha già subito l'industria tessile". Non esistono più operai tessili in Europa: ciascuno di loro costava 700-800 euro al mese. Magro salario, ma ancora eccessivo in un mondo globale dove lo stesso operaio è a disposizione in Romania per 300 euro, e in Cina per 73 dollari mensili. Tutta l'industria tessile occidentale s'è trasferita verso est, distruggendo centinaia di migliaia di posti di lavoro. I lavoratori intellettuali occidentali si sentivano al sicuro dalla globalizzazione, protetti dal possesso di competenze relativamente rare? Hermelin li avverte che anche su loro pende la disoccupazione: ormai il terzo mondo risucchia lavori sofisticati da primo mondo, offrendo le competenze, credute rare, in abbondanza, e con costi salariali enormemente inferiori.
"La delocalizzazione è questione di sopravvivenza per le imprese, nel contesto di attività in calo e di pressioni (al ribasso) sui prezzi".
L'eccellenza appena acquistata dall'India nel campo informatica e ingegneristico è una conseguenza del suo potente fattore demografico. L'India è sicuramente un paese in sottosviluppo, dove metà della popolazione (430 milioni di abitanti) è analfabeta e vive con un dollaro al giorno, quando e come può, trascinando riksciò, trasportando colli pesanti, vangando e zappando. Ma quando si dispone di un miliardo di cittadini, la quantità di competenze rare e di uomini in possesso di educazione superiore è pur sempre enorme,in rapporto a paesi del primo mondo che contano solo su 50 milioni di abitanti (come l'Italia) o 100 milioni di abitanti (Giappone), insidiati per di più da una demografia anemica.
L'India è questo esempio di terzo mondo che contiene un energico primo mondo: un paese poverissimo, che però conta almeno dieci milioni di milionari in dollari, una volta e mezzo la popolazione della Svezia. Imprese non competitive che però possono sopravvivere grazie all'enorme mercato interno, consumatore di prodotti maturi. E un paese giovane, dove metà della popolazione è sotto i 18 anni, con lo slancio della gioventù.
Come la superpetroliera della nostra metafora, anche l'India ha raggiunto molto lentamente - data la sua gigantesca inerzia - la velocità di crociera. Ci ha messo parecchi decenni. I 260 mila ingegneri l'anno che sforna, escono tutti da una mezza dozzina di politecnici di eccellenza fondati circa mezzo secolo fa, fra il 1950 e il 1963. Si chiamano Indian Institutes of Technology (IIT) perché furono creati sul modello del prestigioso MIT, l'americano Massachusetts Institute of Technology, da cui sono usciti decine di Premi Nobel statunitensi, e migliaia di brevetti americani.
Vale la pena di notare: gli IIT non sono un fiore selvaggio del libero mercato, né un prodotto della spontaneità imprenditoriale. Sono il prodotto di una volontà politica dirigista, quale quella che animava i primi dirigenti dell'India all'indomani dell'indipendenza, nel 1946. Nehru, primo presidente indiano, prediletto discepolo di Gandhi, inaugurò il primo IIT nel 1950.
A questi istituti furono dedicate grandi risorse finanziarie, sottratte ai bisogni urgenti che l'India allora aveva, alimentari, sociali. La mira di Nehru era l'autosufficienza, l'autarchia del subcontinente: se fosse vivo oggi, stupirebbe a vedere che i suoi politecnici sono il motore del successo dell'India nel mercato globale, e la punta di lancia della competitività nazionale.
Del resto, per decenni, gli IIT costarono (molto) alla nazione, senza rendere nulla: l'India mancava di impieghi per questi laureati d'alto livello, che emigrarono in gran numero in Gran Bretagna e in Usa. Fuga dei cervelli, senza apparente contropartita.
E' stato l'avvento inatteso delle nuove tecnologie (informatica collegata alle telecomunicazioni ) a invertire l'esodo: oggi ad emigrare non sono gli ingegneri, ma i posti di lavoro ad andare da loro. Il capitale internazionale trova conveniente lasciare gli ingegneri indiani nel loro paese, dove vigono un costo della vita e stipendi pari a un terzo di quelli americani, e impiegarli sul posto.Occorrerà notare un altro fattore, paradossale e imponderabile, che ha dato all'India l'eccellenza nel mondo del futuro: qualcosa che viene dal passato più arcaico dell'hindutwa, della società castale indiana. La massima parte dei nuovi ingegneri viene dalla casta dei brahmani. Si tratta di giovani cui una legislazione sociale, volta a promuovere le caste basse, sbarra l'entrata negli impieghi pubblici, per molti decenni lo sbocco ambito dei figli della borghesia indiana: leggi di discriminazione positiva assegnano nel settore pubblico quote di posti garantiti ai fuoricasta, alle classi sfavorite dal vecchio sistema sociale. Queste sono anche le classi demograficamente più numerose, dunque gli elettorati più folti, il cui voto è corteggiato dai politici. La casta dei brahmani è la meno numerosa, e dunque politicamente quella con minor peso elettorale, e che dunque non viene favorita nella competizione per i posti statali. I suoi figli perciò hanno dovuto, per emergere, conquistare lauree di eccellenza per strappare buoni impieghi nel settore privato.Li favorisce in questa scelta esigente l'abitudine, succhiata in famiglia con il latte materno, allo studio e al pensiero astratto. Da tremila anni i brahmani sono i depositari della sapienza indù, che proprio la loro casta ha elaborato nei secoli. Lo studio e la conoscenza godono nella casta del massimo prestigio da sempre. Per secoli, nella casta, ci si è tramandato lo studio degli inni vedici, che vengono recitati per i sacrifici religiosi. L'apprendere a memoria decine di migliaia di versi in sanscrito era pratica comune ed obbligatoria. E ancor oggi ogni bambino brahmano, dai sei anni di età, studia - dovendo imparare gli inni e leggere le scritture sacre - il sanscrito, la più classica delle lingue classiche. Lingua morta, come il latino e il greco, per apprendere la quale occorre sviluppare l'analisi logica e un metodo di ragionamento insieme astratto e scientifico. Infine, ancor oggi, nelle famiglie brahmane i figli maschi studiano almeno elementi della metafisica tradizionale; ciascuna famiglia della casta (un tempo sacerdotale) aderisce all'una o all'altra delle scuole filosofiche della tradizione indù: queste filosofie hanno un carattere altamente formale e astratto, anziché modernamente empirico, che sviluppa la razionalità intellettuale (nota 3).
Inopinatamente questa sapienza arcaica dei brahmani s'è rivelata vincente nel mondo post-moderno. L'abitudine ai sillogismi della logica scolastica indù (Nyaya) prepara superbamente i giovani brahmani a capire i funzionamenti dei computer e dei loro linguaggi-macchina, che sono simulatori dei processi razionali mentali. Chi studia a fondo il sanscrito si scopre sorprendentemente facilitato a decifrare gli algoritmi del software. Se si pensa che in Italia una pedagogia d'accatto ha sancito la fine degli studi classici e delle lingue morte - il latino e il greco, che come il sanscrito abituano a pensare con rigore decretate inutili nel mondo contemporaneo, si converrà che abbiamo amputato la nostra gioventù di una forza competitiva invisibile, ma efficacissima..
note
1) "L'Inde met ses cerveaux au service de l'industrie occidentale", su Le Monde, 9 dicembre 2003, p. 17.
2) Fatto significativo e singolare: nella progredita Bangalore, ogni anno, decine di lavoratori muoiono fulminati da scosse elettriche. I più potenti e moderni computer da primo mondo sono alimentati da impianti elettrici da terzo mondo.
3) Le filosofie classiche indù (in sanscrito darshanas, letteralmente punti di vista) sono sei. La prima, il Nyaya, è praticamente identico alla logica della Scolastica medievale europea; la seconda, il Vaisheshika, può essere paragonata alla filosofia fisica della Grecia antica. Anche la terza filosofia, Sankhya, è connessa allo studio della natura fisica. La quarta filosofia ci è più nota: è lo Yoga (Unione), la tradizionale scienza dell'identificazione fra l'uomo e il divino, che comprende la conoscenza di elementi di fisiologia e psicologia umana La quinta scuola, la Mimansa, si applica allo studio profondo dei Veda per ricavarne le conseguenze implicite nella sfera pratica e intellettuale: è in qualche modo una scienza dell'esegesi sacra. L'ultima scuola e la più alta, il Vedanta, è la metafisica pura: lo studio delle verità ultime, mistiche nel senso che non possono essere dette.