Helga Schneider ci racconta le violenze dei polacchi, al seguito
dell’Armata Rossa, sulle donne tedesche; centinaia di uomini in circolo
a urlare aspettando il proprio turno, i feti estratti dalle pance aperte delle
madri e sollevati con orgoglio dai ”liberatori” sovietici.
Dopo Il rogo di Berlino e Lasciami andare, madre, Helga Schneider continua a
scavare nella sua memoria, testimoniando atrocità del secolo appena trascorso.
E ci trasmette il racconto affidato nell'estate del 1949 a lei bambina da un
piccolo profugo prussiano. Attraverso le parole di Kurt riviviamo così
la tragedia delle centinaia di migliaia di tedeschi orientali che nell'inverno
'44-'45, fuggendo davanti all'Armata Rossa che avanza da est, cercano di raggiungere
i porti del Baltico e da qui, a bordo di una nave la Germania Occidentale; mobilitate
per quest’opera di salvataggio erano , quando possibile, le navi ospedale.
Ma talvolta accadde anche che colonne di carri di profughi furono attaccate
e distrutte dai carri armati dei rossi.
Una fuga drammatica, in un freddo micidiale, per strade coperte di neve, fango
e ghiaccio sulle quali i carri procedevano con penosa lentezza tirati da cavalli
allo stremo, mentre i profughi venivano decimati dalla fame, dalla dissenteria,
dalle febbri; quelli che soccombevano, soprattutto vecchi e bambini, venivano
abbandonati sul ciglio della strada perché la terra era troppo gelata
per poterli seppellire.
Ma Helga Schneider, conosce bene le regole del “politically correct”
e aggiunge paradossalmente le “colpe di Hitler” per i bombardamenti
di Berlino da parte di americani e inglesi, evitando tuttavia, assolutamente,
di maledire americani e inglesi. Ovviamente non poteva mancare nel “corretto”
conformismo del racconto la visita di un’ebrea che riferisce la sua odissea
ad Auschwitz .
E’ lo scotto che si deve pagare per ottenere ospitalità in una
casa editrice come l’Adelphi in questo clima di cosiddetta “libertà”.
Più sottilmente va osservato pure che la crudezza della rievocazione
delle violenze polacche e russe è producente per il rafforzamento della
leadership mondiale americana che si giova della vivezza degli odi e risentimenti
funzionali al ritardo di un’effettiva unità europea.
Sempre conformisticamente, ben attenta a non sgarrare, evita ogni accenno o
riferimento all’attacco contro la nave ospedale “Cap Arcona”
(*),
sulla quale si erano rifugiati migliaia di profughi civili e di ex detenuti
nei campi di concentramento provenienti dall’Est. Fu affondata da un caccia
bombardiere inglese il 3 maggio nel golfo di Lubecca, mentre già erano
in corso trattative per la resa agli anglo-americani. Erano ben visibili i simboli
della Croce Rossa. Affondò in pochi minuti; annegarono 7300 persone.
Ma Helga su questo crimine accortamente tace.
Dunque imprimatur.